Umanisti ai colloqui di lavoro: consigli su come affrontarli

Foto Biennale di Venezia 2016

Scrivo questo articolo per tutti i letterati che si stanno approcciando al mondo del lavoro e non hanno una benché minima idea di quello che gli aspetterà durante i colloqui.

Inizio a scrivere questo articolo per un fatto che mi ha molto innervosita e se vi state preparando per affrontare dei colloqui di lavoro potrà anche esservi utile.

Una mia cara amica ha passato una selezione di due colloqui con una multinazionale, di cui non starò a dire il nome, e arrivata all’ultimo colloquio con il “boss” è stata spiazzata da una domanda alla quale non ha saputo rispondere, è andata in panico, ha fatto una pessima figura e non è stata più richiamata.

La domanda in questione è “essendo una letterata immagino avrai una grande sensibilità, questo può essere una pecca per una carriera lavorativa, come concili questo tuo carattere con il percorso lavorativo?”.

Anche se sono laureata soltanto da poco, di colloqui ormai ho una certa esperienza e posso assicurarvi che questa domanda si presenta milioni di volte sotto differenti vesti.

Superate le prime fasi del colloquio dove si cerca di capire chi siete o cosa fate, spesso i selezionatori fanno delle domande per mettere in difficoltà il candidato, andando a toccare alcuni punti deboli all’interno del suo percorso.
Peccato che venire da una laurea umanistica non sia per niente un punto debole. E ora vi spiego perché.

Tanto per cominciare sfatiamo il mito che i laureati in lettere non servono a niente. Quando ci presentiamo a un colloquio non siamo a mendicare lavoro, portiamo con noi un bagaglio unico e inimitabile da proporre, non dimentichiamocelo.

Tornando alla domanda in questione.

Quel sedicente “boss” non immagina un bel niente. È scientificamente provato dagli ultimi studi in ambito neuroscientifico che l’empatia (o sensibilità come dice lui) è un fattore molto più accentuato nelle persone che leggono molto. Questo per via dei neuroni specchio. I neuroni specchio sono una parte del nostro cervello che si attiva quando recepiamo delle informazioni dall’esterno e ci rende capaci di provare le medesime sensazioni che vediamo, sentiamo, leggiamo in un altro essere vivente. Quindi chi legge molto è abituato a tenere “allenati” i suoi neuroni specchio, cosa che facilita l’aumento dell’empatia con gli altri esseri viventi.

Quindi non è il nostro carattere debole o troppo sensibile, abbiamo semplicemente il cervello più allenato. E questo è il primo punto.

Punto due. “Come conciliare questa sensibilità con una carriera?”. Se come carriera si intende una carriera di serial killer bè…vi dico subito che è inconciliabile. Per qualsiasi altro tipo di lavoro invece è un assoluto vantaggio.

L’empatia ci aiuta a capire quello che prova una persona, quello che pensa al di là delle parole che esprime. Sono impercettibili gesti o espressioni di pochi millesimi di secondo che un attento osservatore dell’animo umano è abituato a cogliere e a decifrare. Questa sensibilità ci aiuta a entrare più facilmente in contatto con gli altri e a tramutare questi rapporti in legami duraturi.

Se per fare carriera bastasse solo studiare qualche formula matematica o qualche legge economica sarebbero bravi tutti a fare successo. Noi abbiamo qualcosa che loro non hanno, qualcosa che economisti o ingegneri non sanno decifrare.

Quindi lungi da essere una pecca, questa “sensibilità” è una delle nostre più grandi risorse: facciamolo ben presente ai colloqui.

E personalmente…ogni volta che mi è stato posto questo genere di domanda ho scartato di netto l’azienda. La mia “eccessiva sensibilità” mi impediva di poter lavorare bene con gente così miope e ignorante.

E ricordatevi che le possibilità non mancano, basta saperle cercare!

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