Casanova: il filosofo libertino e la morale naturale

Giacomo Casanova de Seingalt (1725 – 1798) è un veneziano che a cinquant’anni decide di scrivere L’Histore de ma vie. Casanova è celebre in tutto il mondo per il suo libertinaggio e per la sua vita debosciata, ma le sue memorie presentano anche un personaggio differente: un filosofo che ama meditare e riflettere sulla sua vita e sulla sua condotta. Possiamo notare che tutte le sue memorie sono piene di commenti filosofici dove Casanova spiega i suoi pensieri.

Questo non è certo sconcertante nel XVIII secolo, dove il libertinaggio è spesso frutto di uno spirito filosofico tipico delle persone più aperte (non dimentichiamo che siamo nel secolo des lumières).

Il discorso morlità/immoralità in Casanova può sembrare facile: Casanova è immorale per via della sua condotta. Ma il discorso non è così semplice: c’è molto di più dietro Giacomo Casanova.

Leggendo Histoire de ma vie vediamo proposti al lettore differenti tipi di moralità e molte riflessioni sull’argomento.

Possiamo dire che la morale di Casanova è una “morale naturale”, che si occupa di seguire i bisogni della natura e la propria conservazione. E questo è quello che andò a spiegare.

Come abbiamo detto il discorso sulla morale occupa un posto importante nelle sue memorie, tanto che Marie-Françoise Luna dice che gli elementi più importanti della sua autobiografia sono: la lotta contro i pregiudizi, l’attitudine moralista e l’allure mondaine.

Ma perché la morale ha un posto così importante del discorso casanoviano? Qual è la sua funzione?

Tanto per cominciare per Casanova la morale è la “filosofia per eccellenza” , perché il suo scopo è la ricerca della felicità; lo stesso autore ce ne da una definizione in un epistola a un suo amico: “[la morale è] la scienza di rendersi felici, perché un uomo che on sa rendersi felice, costi quel che costi, non è ne saggio né filosofo”.

Ancora dice della sua autobiografia:

“Le philosophe est celui qui ne refuse aucun plaisir […] et qui sait s’en fabriquer.” (p. 850)
[Il filosofo è colui che non rifiuta alcun piacere e che sa fabbricarsene.]

Ma prima di analizzare il punto di vista di Casanova cerchiamo, cerchiamo di comprendere quello che pensa la morale comune dell’epoca. La libertà sessuale è l’insegnamento libertino più conosciuto al mondo, ed era veramente sconcertante per la mentalità contemporanea. Il libertino era visto come un’uomo insaziabile, sempre alla ricerca di nuove prede. Dice lo stesso Casanova:

“Je réfléchissais à l’espèce d’enchantement qui me forçait à redevenir toujours amoureux d’un objet qui, me paraissant nouveau, m’inspirait les même désirs que m’avait inspirés le dernier que j’avais aime” (p.900)
[Io ho riflettuto sulla sorta di incantesimo che mi obbliga a innamorarmi sempre di un oggetto che, parendomi nuovo, mi ispira li stessi desideri che mi aveva ispirato l’ultimo che avevo amato]

Quello che i contemporanei osteggiano principalmente è la piccolezza di questo piacere. Infatti il piacere del libertino comincia e termina quasi nello stesso tempo, non è durabile e eterno come i piaceri recati dalla religione. Quindi i libertini sono conitnuamente obbligati a cercare un nuovo piacere. Lo stesso Casanova ammette questa frustrante dipendenza:

“La nouveauté est le tyran de notre âme” (p.450)
[la novità è il tiranno del nostro animo]

Quindi pur essendo libero di agire come vuole, in verità vive come prigioniero della novità.

Per questa ragione il libertino veniva considerato assolutamente immorale dalla società dell’epoca.

Ma per Casanova poco importa il giudizio della società. Una delle sue più forti convinzioni è che tutto quello che proviene dalla società siano dei pregiudizi. A questo punto non possiamo comprendere il suo pensiero se non definiamo cos’è il pregiudizio secondo le sue stesse parole:

” – Qu’est que préjugé? – Vous me faites une question, dont la philosophie morale ne connaît pas la plus grande. Mais je vous dirai en bref que préjugé s’appelle tout soi-disant devoir dont on ne trouve pas la raison en nature.” (p. 850)
[- Cos’è un pregiudizio? – Voi mi ponete la domanda, la più grande che conosca la filosofia morale. Ma io vi dirò in breve che si chiama pregiudizio tutto ciò di cui non si trova la ragione in natura.]

Quindi tutto ciò che viene dalla società è pregiudizio, soprattutto nelle questioni amorose.

L’autore si vanta spesso di mépriser les préjugés [disprezzare i pregiudizi] e di seguire solamente la natura; anche se questo lo conduce a delle scelte paradossali: come vedremo Casanova si trova allo stesso tempo ad essere libertino e credente nella Provvidenza divina (per come la intende lui ovviamente).

Ma torniamo alla natura. Quest’ultima è la grande maestra di Casanova, tutto quello che proviene da lei è buono e corretto. Ma allo stesso tempo l’autore non ignora che:

“La nature si on l’écoute mène l’homme à faire des sottises jusqu’à ce qu’on le mette sous le plombs” (p. 1201)
[La natura, se uno l’ascolta, porta l’uomo a fare delle sciocchezze che lo conducono dentro i piombi]

Anche se il colpevole di questa affermazione sono i pregiudizi della società, non certo la natura.

Casanova sembra ammettere che “l’uomo di natura” è buono e poi viene corrotto dalla società (filosofia che viene sicuramente da Rousseau e che Casanova fa sua per difendere la propria condotta).

“Je ne sais pas si j’ai jamais été parfaitement honnête homme; mais je sais que les sentiments que je chérissais dans ma première jeunesse étaient beaucoup plus délicats que ceux auxquels je me suis habitué à force de vivre” (p. 105)
[Non so se sono mai stato un’uomo perfettamente onesto; ma so che i sentimenti che ho sperimentato nella mia prima giovinezza erano molto più delicati che quelli ai quali mi sono abituato a forza di vivere.]

I sentimenti giovanili sono più delicati in quanto non corrotti.

Ma la voce della natura è da seguire in tutti i casi? La sua conclusione è: si, perché tutti i desideri dell’uomo hanno un origine naturale, quindi non condannabile (pensiero pericoloso che De Sade porterà alle sue estreme conseguenze).

L’autore utilizza spesso il concetto di natura per andare contro il pensiero comune: sia per le questioni amorose che per le questioni scientifiche:

“….me disant à propos qu’un chrétien ne pouvait admettre le système de Copernic que comme une savante hypothèse. Je lui a répondu que ce ne pouvait être que le système de Dieu puisque c’était celui de la nature, et que l’écriture sainte n’était pas le livre sur lequel les chrétien pouvait apprendre la physique.” (p.628)
[…a proposito dicendomi che un cristiano non poteva ammettere il sistema copernicano se non come una saggia ipotesi. Io gli ho risposto che non poteva che essere il sistema di Dio perché era quello della natura, e che i testi sacri non erano i libri sui quali i cristiani potevano apprendere la fisica.]

(Risposta che ha le sue radici nel libro della natura dello scienziata Galileo – XVII secolo)

La ragione per cui tutti i desideri dettati dalla natura sono buoni, è un sillogismo molto semplice: tutto quello che è creato da Dio è buono, la natura è creata da Dio, la natura è buona.

Per questo la morale casanoviana può essere definita naturale, dice Marie-Françoise Luna che “gli eroi di Casanova vivono ancora in un Paradiso Terrestre”, in un mondo dove tutto è buono e naturale.

Per questa ragione non si dovrebbe neanche parlare di moralità e immoralità, ma di amoralità (a-morale), cioè di un mondo antecedente alla morale, dove non ha senso dire “questa cosa è buona, questa no” perché tutto è naturale quindi buono.

La sua morale naturale porta a delle implicazioni molto interessanti: possiamo a tutti gli effetti dire che Casanova unisce la morale cristiana alla morale epicurea: ovvero l’idea di Dio e del piacere.

“Nous ne pouvons avoir d’autres devoirs que ceux que la nature, fille unique de Dieu […]. Cette religion naturelle nous ordonne avant tout de nous conserver, et dans ce précepte on trouve la loi de nous procurer tous le plaisir imaginables, et d’écarter toutes les peines, excepté celles qui doivent nous produire des plaisir plus grande.” (p.1307)
[Noi non possiamo avere altre leggi che quelli della natura, figlia unica di Dio. Questa religione naturale ci ordina prima di tutto di conservarci, e tra i suoi precetti noi troviamo il diritto di procurarci tutti i piaceri immaginabili, e di evitare tutti i dolori, eccetto quelli che ci procureranno piaceri più grandi.]

Quindi la morale naturale si mescola a un forte individualismo. Questo aspetto è presente in molte parti dell’opera, cominciando dall’incipit: “necquicquam sapit qui sibi non sapit” (Cic.) ovvero “è inutile essere saggio se uno non è saggio per se stesso”. Potremmo parafrasare: niente è importante se uno non può gustarne.

Parlando della sua fuga dai piombi, che ha comportato la morte di un uomo, Casanova dice:

“J’en aurais agi de même quand la conséquence de ma fuite aurait été la mort de tous les archers de la République, et même de l’état.” (p. 1229)
[Avrei agito nella stessa maniera anche quando la conseguenza della mia fuga fosse stata la morte di tutti gli arcieri della Repubblica, e anche dello stato.]

Questo è esattamente il contrario di quello che insegna la morale cristiana vigente all’epoca, ovvero: fai il bene anche se ti procura del male. Casanova direbbe che quest’ultima morale non è affatto naturale, ma è solamente un’attitudine alla quale la società ci ha abituato.

Questa morale naturale/individuale è un’invenzione di Casanova o l’ha ereditata da altri filosofi? Durante il XVIII secolo c’era un forte fermento filosofico, specie su alcuni temi come: morale, religione, libertà e ragione. Molti grandi pensatori antichi e contemporanei a Casanova gli offrono le basi per le sue meditazioni. Le menti a lui più prossime sono: Montaigne, Bacon, Diderot, d’Alamabert, Voltaire, Leibniz, d’Holbac e Spinoza (quest’ultimo soprattutto per la sua teoria sull’istinto di conservazione).

Tra questi pensatori, i più grandi della loro epoca, l’argomentazione critica contro il cristianesimo e la morale cristiana era divenuto un luogo comune filosofico.

Ma i maestri più grandi per il pensiero casanoviano sono i filosofi antichi, che lui cita instancabilmente nella sua opera. I più importanti sono: Socrate, Cicerone, Plinio il Giovane, Boezio, gli Stoici e soprattutto Orazio.

L’insegnamento oraziano che più ha influito sul pensiero di Casanova è il celeberrimo carpe diem, la cui traduzione letterate può essere “cogli l’attimo”, dunque viene interpretata dai più come un esortazione a prendere tutti i piaceri e le opportunità che la vita offre. Ma non è così. E Casanova, che conosceva bene il latino, sa la giusta interpretazione.

Carpere è un vero utilizzato dai latini in un contesto agricolo, e il suo significato è “raccogliere”, ma in un senso campestre, ovvero “prendere i frutti maturi e lasciare quelli acerbi”. Dunque, tornando metaforicamente alla vita quotidiana, non vuol dire “prendi tutto quello che ti si offre” ma più correttamente “scegli, tra tutti i tipi di piaceri, quelli che sono più adatti a condurre una vita felice”.

Questo l’insegnamento più radicato nell’animo di Casanova.

Anche se lo studio dei grandi filosofi rappresenta una parte importante della vita di Casanova, quest’ultimo pensa che il più grande maestro di morale sia l’esperienza.

“Une vie irrégulière ne peut pas être approuvée par un esprit sage, et cependant elle est plus instructive qu’un régulière. Ce que j’ai gagné en expérience m’oblige à aimer mes égarements.” (p.652)
[Una vita irregolare non può essere approvata da un animo saggio, ma comunque è più istruttiva che una vita regolare. Tutto quello che ho guadagnato in esperienza mi obbliga ad amare i miei sbagli.]

Per quanto riguarda la morale è l’esperienza che rende più saggio l’uomo, tanto che parla dell’esperienza come un libro da cui apprendere:

“J’avais lu et appris sur le grand livre de l’expérience” (p.1250)
[L’avevo appreso e letto sul grande libro dell’esperienza]

Solo l’esperienza personale può fare progredire l’uomo nell’ambito della morale infatti:

“ceux que nous endoctrinons ne font ni plus ni moins de ce que nous avons fait, d’où il résulte que le monde reste toujours là, ou va de mal en pis.” (p. 74)
[quelli che ci hanno indottrinati non fanno ne più ne meno quello che noi abbiamo fatto, perciò ne risulta che il mondo resta sempre fermo, o va di male in peggio.]

Casanova pensa che il maestro più adatto a insegnare la morale è colui che possiede i princìpi della conoscenza e della virtù, e, allo stesso tempo, vive a pieno la debolezza umana. Non a casa è la descrizione perfetta di lui stesso!

Un’altra idea fondamentale situata alla base dei suoi pensieri è la libertà. Per Casanova l’uomo è libero.

La libertà di Casanova è tipida di un pensiero libertino, dice Georges Poulet che “come tutti i grandi sensuali nati nel secolo sensualista, Casanova è tra quelli che sanno che in ogni momento della sua esistenza l’uomo non è preceduto ne limitato da niente, neanche dall’esistenza.”

È esattamente su questa libertà che Casanova fonda i suoi legami amorosi: l’uomo non ha passato ne futuro ma solamente il presente (per questo motivo la relazione ideale di Casanova è quella che ha condiviso con Henriette, donna senza passato).

Possiamo anche dire che tutta la sua vita è una fuga, una fuga da legami solidi e duraturi sia con le proprie partner ma anche con gli uomini. In ogni situazione cerca di mantenere la sua indipendenza da donne e da protettori.

“J’aime faire des bonnes actions au prix de mon argent; mais non pas à celui de ma liberté” (p.674)
[Amo fare delle buone azioni al prezzo del mio denaro; ma non a quello della mia libertà]

Il tema della libertà è strettamente legato a quello della morale. Quest’ultimo è un soggetto molto importante nella filosofia des Lumières.

Nella sua prefazione Casanova dice:

“Je commence par déclarer à mon lecteur que dans tout ce que j’ai fait de bon ou de mauvais dans tout ma vie, je suis sûr d’avoir mérité ou démérite, et que par conséquent je dois me croire libre… L’homme est libre; mais il ne l’est pas s’il ne croit pas de l’être, car plus il suppose de force au Dieu, plus il se prive de celle que Dieu lui a donnée quand il l’a partagé de raison.” (p. 3-4)
[Inizio col dichiarare al mio lettore che in tutto quello che ho fatto di buono o di malvagio nella mia vita, sono sicuro di avere un merito o un demerito, e che per conseguenza io mi debba credere libero…L’uomo è libero; ma non lo è se non crede di esserlo, perché più pensa di dipendere dalla volontà divina, più si priva di ciò che Dio gli ha donato quando l’ha dotato della ragione.]

La questione della libertà risulta veramente cruciale per la moralità, senza libertà infatti un uomo non può essere accusato o lodato per nessuna azione. La libertà è quindi la condizione necessaria per avere una condotta morale.

La questione, in Casanova, non è così semplice perché lui crede sia alla volontà divina, che chiama Provvidenza, destino o più spesso fortuna. Nel suo pensiero la fede in se stesso e la fede in Dio si combinano, anche se sono in contraddizione: seguiamo il suo ragionamento:

“Ce que j’observe m’étonne. Cette fortune, qu’en qualité de synonyme du hasard je devrais mépriser, se rend respectable comme si elle voulait me paraître une divinité dans les plus décisif de tous les événements de ma vie. Elle s’est amusée à me faire toujours voir qu’elle n’est pas aveugle comme on dit […] Il semble qu’elle n’ait voulu exercer sur moi un empire absolu que pou me convaincre qu’elle raisonne et qu’elle est maîtresse de tout […] et pour me faire comprendre que ma volonté, bien loin de me déclarer libre, n’était qu’un instrument dont elle se servait pour faire de moi tout ce qu’elle voulait.” (p.588)
[Quello che osservo mi stupisce. Questa fortuna, che in qualità di sinonimo di caso io dovrei disprezzare, si rende rispettabile come se fosse una divinità tra le più decisive in tutti gli avvenimenti della mia vita. Essa si è sempre divertita a mostrarmi che non è affatto cieca come si dice[…] Sembra che abbia voluto esercitare su di me un dominio assoluto solo per convincermi che lei ragiona e che è padrona di tutto […] e per farmi vedere che la mia volontà, ben lontana dal essere libera, non è che uno strumento del quale essa si serve per fare di me tutto ciò che vuole.”

Possiamo dedurne che secondo lui Dio organizza la natura e la vita dell’uomo, ma la conoscenza del destino è inarrivabile per l’uomo quindi non influisce in niente sulla sua libertà. Anzi, l’idea stessa di Destino è nociva perché fa si che l’uomo non si reputi più responsabile delle sue azioni. Come dice in altri passaggi, Dio lascia all’uomo quella parte di “libertà necessaria à garantire la morale” [“liberté cependant suffit à garantir la morale], quindi la possibilità di “merito” o “demerito”.

Interessante è anche constatare come Casanova cambia nel tempo. George Poulet dice che Casanova passa da una coscienza estetica dell’esistenza a una coscienza etica. Ovvero che da giovane viveva in una condizione di presente eterno (come abbiamo già detto un libertino non aveva ne passato ne futuro), dunque senza un giudizio sulle sue azioni. Ma da vecchio esso apprende a giudicare la sua esistenza e a raggiungere una conoscenza più profonda di se stesso. Per questo Poulet scrive “Casanova, un uomo morale, questa è dunque la conclusione, del tutto inaspettata, sullo studio del nostro memorialista.”

Per concludere io penso che sia troppo forzato parlare d’un Casanova filosofo e moralista. È vero che ha studiato molto, che ha devoluto molto del suo tempo a pensare a certi argomento e che si presenti in un certo senso come filosofo.

Ma la sua sola vera preoccupazione è la ricerca del piacere e della felicità:

“Cultiver les plaisir de mes sens fut dans toute ma vie ma principale affaire: je n’en jamais eu de plus importante.” (p. 12)
[Coltivare i piaceri dei miei sensi fu in tutta la mia vita il mio compito principale: non ne ho mai avuto uno più importante.]

Per lui lo studio della filosofia e della morale non era fine a se stesso, ma una giustificazione per la sua condotta.

Infine, da buon italiano qual era, trattava ogni soggetto serio con molta ironia e sarcasmo. È proprio quest’atmosfera ironica che cattura i lettori e riesce spesso a stupire. Spesso sembra prendersi gioco del lettore con la sua leggerezza e con uno sguardo di superiorità che mostra su tutte le cose: sulla filosofia, sulla morale, sulla religione, sulla società… Riesce anche a prendere alla leggera il suo imprigionamento ai piombi:

“Les plombs en quinze mois me donnèrent le temps de connaître toutes les maladies de mon esprit; mais il m’aurait été nécessaire d’y demeurer davantage pour me fixer à des maximes faites pour les guérir” (p.1308)
[I piombi in quindici mesi mi diedero il tempo di conoscere tutte le malattie del mio animo; ma mi sarebbe stato necessario dimorarci molto di più per donarmi la risoluzione di guarirle.]

Questo è Casanova.

BIBLIOGRAFIA:

  • Opera di riferimento: Histore de ma vie, Giacomo Casanova, Éditions Robert Laffont, Paris 2013
  • Casanova mémorialiste, Marie-Françoise Luna, Édition Honoré Champion, Paris 1998
  • Mesure de l’instant, Geroges Poulet, Études sur le temps humain, Plon 1968

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