I miserabili: quando la letteratura passa anche dalle fogne

Copertina dei Miserabili

“Quando un lettore ha esaurito le parole, ha chiuso il libro e lo ha riposto nello scaffale, continuano ad agire in lui le inquietudini, i dubbi, i pensieri, le prospettive, le immaginazioni, i turbamenti. Se questo non avviene, lo scritto ha fallito il suo scopo”
Luigi Malerba

Stando a questa citazione, possiamo dire che con I miserabili Victor Hugo non ha proprio fallito il suo scopo.

I miserabili sono una vera opera monumentale che trascina il lettore, immergendolo in un altro mondo e in un’altra epoca: Parigi nel 1800. Le vicende del racconto, alternate sapientemente a veri e propri trattati storico-filosofici, riescono a ricreare nella mente del lettore l’atmosfera di quel preciso momento storico, rendendogli improvvisamente visibile la mentalità di un’epoca i suoi suoni, colori, strade e voci. Più che una lettura è un viaggio.

Un viaggio che viene compiuto per intero solo con la lettura integrale del testo, così come l’ha concepito l’autore.

Questa recensione ha lo scopo di valorizzare tutte quelle parti del testo che spesso vengono eliminate dalla lettura perché separate dal racconto della finzione narrativa. L’autore stesso rende facile questa operazione, dividendo le parti storiche dal racconto attraverso capitoli appositamente separati.

Sebbene Hugo utilizzi la finzione narrativa per far passare profonde tematiche sociali, come annuncia apertamente nel frontespizio, ritengo che il vero intento dell’autore sia far focalizzare al lettore i problemi sociali e politici della sua epoca, non trascinarlo nelle vicende personali di Valjean, di Marius o Cosette, specchio semmai delle sue convinzioni sull’uomo e la società; convinzioni che vengono palesate e messe a nudo nella parti storiche del libro.

Anche se a prima vista 18 capitoli su Waterloo, un libro dedicato alla monacazione Parigina e uno dedicato alle fogne possono sembrare soltanto noiosi, in realtà il modo in cui li tratta Hugo rende queste trattazioni affascinanti e pieni di spunti tutt’altro che banali.

D’altronde da un autore del suo calibro non potevamo aspettarci altrimenti: le descrizioni puramente storiche-trattatistiche si affiancano ad arguzie e stilettate pungenti che non risparmiano nessun aspetto della società, di cui Hugo mette a nudo le parti più critiche. E in questi punti il linguaggio dello scrittore si anima, cambia tono, si percepisce la sua infiammazione interiore dettata da una reale indignazione: una forza della scrittura che si palesa soltanto in queste parti e che mette a nudo l’animo provocatorio e rivoluzionario che ha causato a Hugo l’esilio.

Eccone alcuni esempi esplicativi:

…pezzenti, canaglie, oclocrati, plebaglia, dimostrano, ahimè, più la colpa di coloro che governano che quella di coloro che soffrono; più la colpa dei privilegiati che quella dei diseredati. Dal canto nostro, non è mai senza dolore e rispetto che pronunciamo simili parole, perché quando la filosofia investiga i fatti che vi corrispondono, vi trova spesso cose molto grandi, accanto a miserie. Atene era un oclocrazia; i pezzenti hanno creato l’Olanda; la plebe ha salvato Roma più di una volta e la canaglia formava il seguito di Gesù Cristo.
[Trattazione sulle rivoluzioni sociali. Parte V – libro I – cap I – p.1323-1324]

E così si hanno lotte di uno contro cento, che finiscono sempre con l’annientamento della barricata; a meno che la rivoluzione, sorgendo bruscamente, non venga a gettare sulla bilancia la sua fiammeggiante spada d’arcangelo. Ciò talvolta accade. Allora tutto si solleva, il selciato ribolle, pullula di fortini eretti dal popolo; tutta Parigi trasale fino alle viscere, il quid divinum si sviluppa, un 10 agosto, un 29 luglio sono nell’aria, e sorge una luce prodigiosa. Allora le fauci spalancate dell’ordine debbono indietreggiare, e l’esercito, il leone, si vede dinnanzi, eretto e tranquillo, il profeta, la Francia.
[Trattazione sulle rivoluzioni sociali. Parte V – libro I – cap XII – p. 1366-1367]

Tale sincerità dell’immondizia ci piace, e riposa l’animo. Quando si è trascorso il proprio tempo sulla terra a subire lo spettacolo della burbanza che si danno le ragioni di stato, il giuramento, la saggezza politica, la giustizia umana, le probità professionali, le austere condizioni sociali, le toghe incorruttibili, ci si sente l’animo sollevato nell’entrare in una fogna e nel vedere il fango che confessa di essere tale.
[Trattazione sulle fogne di Parigi. Parte V – libro II – capII – p. 1423]

Ai nostri giorni, dopo aver scavato la galleria di Clichy, con una banchina per ricevere la tubazione principale d’acqua dell’Aurcq, lavoro eseguito a dieci metri di profondità; dopo avere, attraverso le frane con l’aiuto di scavi, spesso putridi, dopo infiniti puntellamenti, edificato la volta della Bièvre dal viale dell’Ospedale sino alla Senna; dopo avere, per liberare Parigi dalle acque torrenziali di Montmartre e per dare scolo a quella pantano di nove ettari e formato dal fiume, che stagnava preso la barriera dei Martiri; dopo avere, come abbiamo detto, costruito la linea di fogne della barriera Bianca sino alla strada d’Aubervilliers, in quattro mesi, lavorando giorno e notte, a undici metri sotto il livello del suolo; dopo avere, cosa ancora mai vista, eseguito sotterra una chiavica in via Barre-du-Bec, senza trincea a sei metri sotto il suolo, il conduttore Monnot è morto. Dopo aver fabbricato tremila metri di volte di fogna in vari punti della città, dalla via Tràversière-Saint-Antoine sino alla via de Lourcine, dopo avere a mezzo della ramificazione dell’Arbalète, scaricato le inondazioni d’acque piovane del crocicchio Censier-Moufetard, dopo aver costruito la fogna di San Giorgio su cemento basato nelle sabbie mobili, dopo aver diretto il formidabile abbassamento del livello della ramificazione di Nostra Signora di Nazaret, l’ingegnere Duleau è morto. Non esiste bollettino per questi atti di valore, tuttavia assai più utili che ciechi massacri sui campi di battaglia.
[Trattazione sulle fogne di Parigi. Parte V – libro II – cap VI – p.1434]

Un secondo pensiero che vorrei trattare in questa recensione riguarda i personaggi del romanzo.
Victor Hugo, da autore cristiano, esplicita in più punti del libro la predestinazione che in un certo modo veglia sulla vita e sulle peripezie dei personaggi.

Anche nei momenti più difficili e drastici, i personaggi non sono abbandonati a sé stessi, c’è sempre una volontà superiore che opera su di loro e che li guida inconsapevolmente e per tragitti spesso poco chiari:

Le predestinazioni non sono completamente rette, né si sviluppano come dei viali rettilinei davanti al predestinato; esse hanno vicoli ciechi, vie senza uscita, svolte buie, crocicchi inquietanti che offrono parecchie strade.
[ Parte V – libro VI – cap IV – p.1553 ]

Malgrado queste infinite possibilità non è mai messo in dubbio il valore della predestinazione o, “manzoniamente” parlando, di Provvidenza.

Partendo da questa considerazione, trovo che Hugo costruisca i suoi personaggi in maniera rigida: questo è l’unico aspetto che mi ha contrariato durante tutta la lettura dell’opera. Mi spiego meglio.

Forse per influsso dei tipici personaggi romanzeschi dell’ottocento, i personaggi che popolano il romanzo di Hugo sono nettamente e separatamente divisi in buoni e cattivi, senza possibilità di valicare questo confine.

E tutti diranno “ma Jean Valjean da cattivo si redime e diventa buono”. In realtà lui è sempre stato un personaggio positivo, fin dalla presentazione iniziale. Era povero, onesto e aiutava i figli della sorella; obbligato a rubare del pane per fame è stato ingiustamente punito da quella severità sociale che tanto Hugo critica.  Dopo gli anni bui della prigionia, imposti dalla società contro la legge divina del perdono, avviene la “redenzione” ad opera del santo vescovo, ma Valjean è di per sé e per sua essenza romanzesca un animo buono. 

A mio avviso le uniche persone che cercano di “cambiare sponda”, inesorabilmente vengono eliminate di scena, come se non ci fosse spazio per loro.

Queste due figure sono Éponine e l’ispettore Javert.

Éponine è una delle figlie della disgraziata famiglia Thérnadier, famiglia miserabile sotto ogni aspetto e senza ombra di dubbio cattiva. Éponine nasce e cresce in questo ambiente sordido di criminalità, fatto di bassezze morali e estremi espediente per garantirsi la sopravvivenza. Questa personaggio femminile non ha commesso nessuna colpa per essere “cattiva” se non quella di essere nata in quella famiglia. Ma quando i suoi sentimenti per Marius tirano fuori dal suo animo il “buono”, tanto che si oppone al padre difendendo la casa di Cosette, allora per lei è venuto il momento di sacrificarsi e di uscire dalla storia; e si sacrificherà proprio per salvare la vita a Marius, il colpevole della sua redenzione.

Idem per l’ispettore Javert, personaggio cattivo e diabolico, tormentatore dei buoni, ossequioso della legge al limite dell’umano. Quando, grazie a Valjean, in un attimo crolla tutto il castello di certezze che animava ogni azione della sua vita, allora la salvezza e la bontà sono vicine, a portata di mano. Ma non le raggiunge. L’animo del personaggio cattivo per eccellenza, una volta eliminata la radice stessa del suo male, non riesce ad affrontare la realtà e a modificare la sua essenza, quindi si elimina e il suicidio diventa inevitabile.

Si, tutto ciò era vero! E Javert lo vedeva! E Javert lo toccava! E non solo non poteva negarlo, ma vi prendeva parte. Quelle erano realtà. Era abominevole che i fatti reali potessero giungere a tanta deformità. Se i fatti adempissero il loro dovere, si limiterebbero a essere le prove della legge. I fatti sono inviati quaggiù da Dio stesso. L’anarchia stava dunque per discendere dall’alto, adesso?
[Parte V – libro IV – p. 1493]

Di fronte all’innegabilità della realtà il male non sa dare spiegazioni. Ogni schema salta e si auto-corrode dall’interno, senza possibilità di cambiamento. 

Niente salvezza quindi ne I miserabili per i cattivi, per i cambiamenti dell’animo umano forse si deve aspettare ancora qualche decennio di letteratura…

Tutte le citazioni sono state tratte dall’edizione: I miserabili, Victor Hugo, BUR 1998

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