Citazioni di Proust e come trovarle #2

Continuiamo la rassegna di citazioni della recherche Proustiana.

Se state leggendo anche questo articolo spero che le citazioni del primo volume vi siano piaciute e vi abbiano incentivato alla lettura di questo grande classico della letteratura contemporanea.

Rispetto al primo volume questo risulta decisamente più narrativo e romanzesco…anche se la prolissità della prosa proustiana non si smentisce mai=)

Detto questo non mi resta che augurarvi una buona lettura: fatevi catturare dalla poeticità di queste piccole perle letterarie!

[Trama del secondo volume “All’ombra delle fanciulle in fiore”: la prima parte racconta dell’innamoramento tra il protagonista e Gilberte, la figlia di Swann. Nella seconda parte viene narrato il primo viaggio del protagonista a Balbec, segnato dall’incontro di un gruppetto di ragazze coetanee al protagonista.]

Attraversavo uno di quei periodi della giovinezza, privi d’un amore particolare, vacanti, nei quali si desidera, si cerca, si vede ovunque – come un innamorato la donna che ama – la Bellezza. Basta che un solo tratto reale – il poco che si distingue d’una donna vista da lontano, o di schiena – ci consenta di proiettare la Bellezza davanti a noi, e subito ci figuriamo d’averla ravvisata, ci batte il cuore, affrettiamo il passo, e resteremo sempre persuasi, almeno a metà, che fosse proprio lei, purché la donna sia sparita: solo se riusciamo a raggiungerla ci accorgiamo del nostro errore.
(Parte II – p. 371)

Se pensassimo che gli occhi d’una certa ragazza non sono che luccicanti cerchietti di mica, non saremmo avidi di conoscere e di annetterci la sua vita. Ma ciò che brilla in quel disco riflettente sentiamo che non è dovuto soltanto alla sua composizione materiale; sono, a noi ignote, le ombre nere delle idee che quell’essere coltiva a proposito delle persone e dei luoghi a lui familiari – prati di ippodromi, sabbia dei sentieri dove, pedalando per campi e boschi, quella piccola Peri, più seducente per me di qualsiasi Peri del paradiso persiano, m’avrebbe trascinato -, le ombre, anche, della casa alla quale sta per tornare, dei progetti che fa, o che altri ha fatti per lei; e, soprattutto, è lei, con i suoi desideri, le sue simpatie, le sue repulsioni, la sua volontà oscura e incessante.
(Parte II – p. 377-378)

Ma alla prima incertezza – se, quel giorno stesso, le avrei riviste o no – veniva ad aggiungersene un’altra più grave: se le avrei mai riviste; giacché, in fin dei conti, ignoravo se dovessero partire per l’America piuttosto che tornare a Parigi. Bastava questo per farmi cominciare ad amarle. Si può provare attrazione per una certa persona. Ma per scatenare quella tristezza, quel sentimento dell’irreparabile, quelle angosce che preludono all’amore, occorre – ed è forse questo, più della persona, l’oggetto stesso a cui tende ansiosamente la passione – il rischio di un’impossibilità.
(Parte II – p. 415-416)

[…] abbiamo conosciuto, come si suol dire, “ammirevoli” fotografie di paesaggi e di città. Se si cerca di precisare che cosa designino gli appassionati, in questo caso, con tale epiteto, si vedrà ch’esso si applica, in genere, a qualche immagine singolare di qualcosa di noto, immagine diversa da quelle che siamo abituati a vedere, singolare eppure autentica, e proprio per questo doppiamente avvincente, perché ci stupisce, ci fa uscire dalle nostre abitudini e, insieme, ci fa rientrare in noi stessi rammentandoci un’impressione.
(Parte II – p. 422)

A volte siamo noi, allora, a sentirci così stanchi che ci sembra di non avere più, nel nostro vacillante pensiero, forza sufficiente a trattenere quei ricordi, quelle impressioni per i quali il nostro fragile io è il solo luogo abitabile, l’unica forma di realizzazione. E ce ne rincrescerebbe, perché l’interesse dell’esistenza risiede quasi tutto nelle giornate in cui la polvere della realtà è mista a sabbia magica, in cui un banale incidente diventa una molla romanzesca.
(Parte II – p. 449)

Infatti, [Octave] non poteva mai restare “senza fare qualcosa”, benché, per altro, non facesse mai niente. E poiché la completa inattività finisce con l’avere gli stessi effetti del lavoro smodato, sia nella sfera morale che nella vita muscolare e corporea, la costante nullità intellettuale domiciliata sotto la fronte cogitabonda di Octave aveva finito con l’insinuargli, a dispetto dell’apparente flemma, inefficaci pruriti di pensiero che, la notte, gli impedivano di dormire, né più né meno che a un metafisico dal cervello sovraffaticato.
(Parte II – p. 463)

Uomo dai gusti difficili e raffinati, faceva consistere in un nulla, che era poi tutto, la differenza fra ciò che portavano i tre quarti delle donne, e che gli faceva orrore, e una cosa bella che lo incantava e esaltava il suo desiderio di dipingere “cercando di fare cose altrettanto belle”.
(Parte II – p. 484)

Il volto umano è davvero come quello del Dio di una teogonia orientale, un grappolo intero di volti giustapposti su piani diversi e che è impossibile vedere tutti insieme.
(Parte II – p. 500)

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